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Il commercio equo e solidale

/ Quando l’Umanità incontra l’umanità

Data: 16-11-2017

La tradizionale impostazione capitalistica del mercato, incentrata sulla ricerca e sulla massimizzazione del profitto, contrariamente a quanto affermato dai suoi sostenitori, spesso non favorisce una equa distribuzione della ricchezza generata tra i diversi attori coinvolti. Ciò accade soprattutto a danno dei soggetti che operano nei Paesi in via di sviluppo, all’origine, spesso, della filiera produttiva, dove limiti organizzativi e asimmetria informativa impediscono a tali soggetti economici – in molti casi piccoli produttori – di far sentire la loro voce. Prodotti di uso quotidiano come caffè, tè, cacao e banane sono esempi significativi di quanto sopra affermato: se la coltivazione della Coffea (pianta del caffè) per il Vietnam, secondo produttore mondiale di caffè dopo il Brasile, costituisce una risorsa fondamentale per l’economia locale, per le grandi multinazionali del caffè rappresenta una grande opportunità per massimizzare i profitti. Infatti, i piccoli produttori locali privi di potere contrattuale, in quanto totalmente esclusi dalla catena distributiva, spesso beneficiano solo marginalmente della ricchezza generata. Esiste, tuttavia, un’alternativa al commercio convenzionale, che punta a favorire lo sviluppo dei Paesi più poveri, alla tutela dei diritti umani e ad evitare fenomeni come lo sfruttamento del lavoro minorile. Nato negli anni Cinquanta in Olanda, il “Commercio Equo e Solidale”, meglio conosciuto come Fair Trade, rappresenta un’interessante opportunità per i produttori dei Paesi in via di sviluppo. L’organizzazione FairTrade International tutela i lavoratori garantendo che il prodotto venga acquistato ad un prezzo equo, stabile e coerente con il valore reale. Inoltre, a questo prezzo equo si aggiunge il Fairtrade Premium, un margine aggiuntivo pagato ai produttori che viene investito in progetti sanitari e sociali per le comunità nel rispetto delle culture locali. Tale modello di business favorisce la sostenibilità economica anche delle piccole realtà imprenditoriali, che generano quindi un’offerta di lavoro crescente e sviluppano, anche grazie a progetti di sostegno, metodi e tecniche di produzione rispettose dell’ambiente e coerenti col tessuto sociale di riferimento. Non solo: vengono rispettate le convenzioni internazionali sui diritti dell’infanzia e vengono attivati programmi di sviluppo, con la partecipazione delle istituzioni locali e delle imprese multinazionali, che prevedono una progressiva riduzione del lavoro minorile e un conseguente aumento dei livelli di alfabetizzazione e istruzione. Ai produttori viene garantito il sostegno finanziario necessario per evitare loro la dipendenza dai clienti o dal sistema del credito. I beni realizzati, di piccoli e grandi produttori che hanno accettato questo aiuto, vengono etichettati come “FairTrade” e sono ormai disponibili sugli scaffali dei più grandi supermercati, ma anche in piccole botteghe. Per rendere quanto sopra esposto un po' più tangibile, bastano alcune cifre (FairTrade Annual Report 2016-2017): la certificazione FairTrade è un movimento globale che fa riferimento a 1.141 organizzazioni di produttori in 73 Paesi, che coinvolge scuole, università, migliaia di volontari e 1,6 milioni di lavoratori. Il ricavo netto per il produttore FairTrade (per 250 g di caffè) è di circa 0.64 euro, fino a quattro volte più alto rispetto a quanto ottenuto in mercati non tutelati. Inoltre, solo nel 2016, sono stati distribuiti 150 miliardi di Premio FairTrade, mentre le vendite mondiali di prodotti hanno raggiunto i 7,88 miliardi di euro l’anno. È opportuno quindi che le grandi multinazionali prendano coscienza del ruolo sociale che hanno nei confronti dei soggetti più deboli della loro catena di fornitura, anche perché i consumatori finali sono sempre più sensibili e attenti al valore sostenibile dei beni acquistati e sempre di più orientano le proprie decisioni di acquisto verso prodotti e marchi che dimostrino attenzione alle persone e all'ambiente.



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